Intervista a Ousmane Sembène

Ousmane Sembène, il grande regista senegalese considerato il padre del cinema africano, in una  intervista di qualche anno fa ancora utile a decifrare il presente dell’Africa, del cinema, del Senegal.

Intervista di Itala Vivan

Il grande regista senegalese Sembène Ousmane ha il suo ufficio presso la sede della sua casa di produzione, la Film Doomireew, in un’ampia strada del centro di Dakar, proprio di fronte al teatro Daniel Sorano. Lo incontro nella stanza tappezzata di manifesti, diplomi, e fotografie, tracce di una lunga e straordinaria carriera cinematografica iniziata quarant’anni fa.

Il tuo ultimo film, Moolaade, narra la storia di un gruppo di donne dell’Africa Occidentale, incentrata intorno al tema dell’escissione, o mutilazione genitale femminile, attualmente in uso nella regione. Perché hai scelto questo argomento e come lo hai trattato?

Il film fa parte di una trilogia sull’eroismo della quotidianità. Il tema generale, già annunciato nella prima parte della trilogia, Faat-Kiné, ritorna in Moolaade e si riaffaccerà nel terzo film, La confrérie des rats, che sto attualmente preparando. Attenzione, però: l’argomento centrale non è l’escissione in sé, bensì la libertà. Quando nel film gli uomini confiscano la radio alle donne, compiono una violazione della libertà di ascolto: le radio infatti hanno un ruolo molto importante di informazione, e proibirne l’ascolto significa vietare appunto l’informazione. Quanto all’escissione, è una questione antica, che pone problemi gravi. La protagonista Colle Ardo, che ha una figlia femmina, organizza le cose in modo da evitare a questa figlia l’intervento di escissione, in nome dell’amore che le porta. Ed ecco che in un secondo tempo delle altre bambine che stanno per venire sottoposte all’escissione fuggono e si rifugiano da lei, in nome del Moolaade, ossia del diritto d’asilo, che è inalienabile nella tradizione del nostro paese. La protezione di chi chiede aiuto è un principio che costituisce parte integrante della cultura africana e rappresenta un pilastro della tradizione: così ci si trova dinanzi a due fatti, da un lato il ricorso al Moolaade, ossia al diritto d’asilo, dall’altro la confisca degli apparecchi radio da parte degli uomini: ma era proprio grazie ai servizi radio che le donne africane avevano cominciato a conoscere il proprio corpo e sé stesse, ed avevano rifuitato l’escissione.

Quindi il ruolo dei media è rilevante nel film. Tu hai scelto di raccontare storie attraverso un mezzo espressivo nuovo per l’Africa, il cinema; e però non hai cessato di scrivere romanzi. Che rapporto c’è per te, come artista, fra il linguaggio cinematografico e la scrittura narrativa? Perché hai deciso di fare cinema sin dagli anni Sessanta, e come mai continui a ricorrere ad entrambi i mezzi espressivi?

L’Africa ha bisogno di entrambi, ha bisogno sia del romanzo sia del cinema. Ma ancora oggi, nel 2004, quelli che leggono libri sono davvero pochi. Una manciata di privilegiati che amano la letteratura e possono permettersi l’acquisto dell’oggetto libro e il suo consumo. In generale la gente preferisce guardare anziché leggere, e soprattutto guardare e ascoltare la televisione; in Africa le speranze di un tempo si sono ormai logorate, e riscontriamo che la stragrande maggioranza degli africani sono analfabeti, sia in francese sia in wolof, in arabo o in italiano. Sono analfabeti anche nelle loro lingue africane, non meno che nelle lingue europee. E tuttavia il senso del valore della parola è ancora vivo in Africa: è qui che entra in gioco l’oralità. Occorre chiedersi se l’oralità ricopra lo stesso ruolo che aveva ai tempi in cui ero giovane io. Se guardo alla generazione dei nostri figli, capisco che la cultura orale è profondamente cambiata. Per me l’oralità era tutto, e creava l’immagine, generava le raffigurazioni dalla sua stessa sacralità; oggi invece l’oralità si sposa all’immagine. Ed ecco nascere il cinema. Questo è veramente il cinema (…).

(…) Ritornando ai problemi politici, Sembène, che cosa pensi della situazione generale dell’Africa contemporanea, soprattutto qui in Africa Occidentale, in Costa d’Avorio, Sierra Leone, e nel Senegal dove ci troviamo?

L’Africa Occidentale è in una condizione assolutamente drammatica. E la colpa è degli africani, i cui pessimi governanti non sono all’altezza del compito. L’Africa non ha ancora fatto la sua rivoluzione. Occorre cominciare a rompere con un certo tipo di passato che non corrisponde più ai nostri bisogni, ai bisogni dell’oggi: ma i nostri dirigenti politici non sono in grado di farlo.

E che ruolo avrà la cultura in una rivoluzione come quella che invochi?

L’antica cultura orale ha avuto finora una funzione importante, ma occorre andare oltre. Non si possono conservare le situazioni e fissarle nell’immobilità, perché l’Africa è cambiata. Per me e per la mia generazione le tradizioni orali hanno rivestito un ruolo fondamentale che però non trova più eco fra i nostri figli (…).

Io ricordo quel tuo straordinario film sul rifiuto del dono – Guelwaar – in cui tu invitavi l’Africa a respingere i doni dell’Occidente; ricordo la sequenza finale, con i sacchi di farina sventrati, che rovesciavano il contenuto nella polvere arida della strada…

L’Africa trasformata in tubo digerente continua a domandare cibo; ma l’Europa potrà continuare a nutrire l’Africa, in un rapporto che non è alla pari, un rapporto infantile, come se l’Africa fosse un bambino da imboccare? Non si tratta più, ora, di aiutare qualcuno che si trova in pericolo o in un momento di emergenza: è ormai un rapporto chiuso in un circolo vizioso. Ma se da un lato l’Africa si presta al gioco, dall’altro l’Europa parte da una posizione di superiorità, un concetto che va decostruito – come quello del vostro Berlusconi che dice che l’Europa ha una cultura superiore.

Hai mai pensato di fare un film sulla schiavitù?

Gli africani sarebbero felici se io facessi un film del genere, per poter scaricare la colpa sulla storia passata. Ma io ti dico che oggi, nel 2004, se esistesse ancora la tratta, i neri venderebbero ancora i loro compatrioti ai mercanti di schiavi. So che sto dicendo una cosa terribile. Ma quanto accade con i rifugiati, che vengono venduti e messi su imbarcazioni, e quindi gettati in mare, non è forse analogo a quel che accadeva un tempo, quando si vendevano i propri simili e li si consegnava alle piantagioni dei bianchi? E le donne, esportate, sfruttate, gettate sulla strada per guadagnare qualche dollaro? La ricchezza dell’Africa è l’inferno dei neri. Un inferno come quello di Dante, un cono tenebroso in cui tutti i neri precipitano all’ingiù finendo in fondo, con Lucifero. E io queste cose continuo a raccontarle, ma l’Africa non cambia. Mi applaudono, mi danno medaglie: ma l’Africa non cambia. E io continuo il mio lavoro.

Vedi: Cinema del reale.

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