Lasciami la mia pelle nera

Segnaliamo il bel libro di Cheikh Tidiane Gaye Prendi quello che vuoi, ma lasciami la mia pelle nera.

Dalla recensione di Angelo Ferracuti su L’Indice: La forma del racconto, quella classica della confessione, del referto esistenziale e del giornale intimo, ma con una lingua lirica, la prosa di un poeta fatta di digressioni e di salti temporali tra l’oggi e lo ieri, alla fine si configura anche come un piccolo romanzo di formazione dove il narratore-autore, qui chiamato nella finzione Souleymane, riversa anche le esperienze e gli incontri fondamentali della sua vita precedente. Dai precetti della vita familiare ai paesaggi delle radici, dagli aforismi sapienziali del nonno, tutti della tradizione orale, il racconto si svela tra nostalgia del passato e la difficile condizione del presente, e la vita diventa una vita in bilico in quella “terra di nessuno” che è il luogo abitato da ogni migrante di sempre. Non mancano, infatti, nei passaggi dove l’autore descrive il nostro paese con il suo impietoso “sguardo straniero”, frasi come questa: “Così sentivo dire dagli amici di Brescia che vivono nella residenza Prealpino, roccaforte dei senegalesi. Sfruttati come bestie da soma, per pochi euro all’ora, senza alcuna possibilità di scelta”; oppure si concede delle invettive squisitamente politiche: “L’Occidente, schiavista e colonizzatore, ha partorito la diseguaglianza, le barbarie e ha trionfato immoralmente, giustificando le sue esplorazioni. Che cosa facciamo degli schiavisti? Che cosa facciamo dell’Europa capitalista?”. Chi chiede asilo, cittadino lo diventa davvero solo quando può conservare la sua identità, la sua storia, perché ha già perso troppo: “Chiederò all’Occidente di prendersi tutto, ma di lasciarmi la mia pelle nera, il cui colore rappresenta la mia essenza. Sono orgoglioso di essere nero e voglio vivere, perché la mia vita è una sola”, scrive l’autore, che ha affabulato Mater Luther King e Malcom X, ed è epigono degli scrittori Aimé Césaire, Leroy Jones e Wole Soyinka. Il libro si chiude con un ultimo, struggente messaggio epistolare, una lettera-testamento spedita al figlio “mulatto”, nato in Italia da un matrimonio misto, figlio di un mondo nuovo e di una speranza: “Sei nato nel Mediterraneo, molto dopo la caduta del muro di Berlino, non in Africa, terra di tuo padre. Non sei stato iniziato alla circoncisione, non vivrai nella foresta come ho fatto io (…) Avrai il respiro dell’umanità fra le tue mani. (…) Porti sulle tue spalle i secoli bui dei neri d’America, di Santo Domingo, della Guyana, porti la sofferenza dei popoli diseredati e derisi, hai con te una macchia indelebile, il peso della storia è impresso sul tuo cammino”. Il libro di Cheikh Tidiane Gaye, sempre calibrato su due binari paralleli, quello della denuncia franca, diretta, a volte rabbiosa, e quello della speranza e dell’amore universale tra gli individui, ci ammonisce infine con un insegnamento che sta tutto in una semplice frase lapidaria: “La grandezza di un popolo si misura nel suo modo di trattare gli ospiti”.

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Il sito di Cheikh Tidiane Gaye qui.