Stranieri e diritti pensionistici. Serve un nuovo impegno dell’Italia sul piano degli accordi bilaterali

di Chiara Gribaudo*

Riceviamo e pubblichiamo volentieri un articolo di Chiara Gribaudo, Deputata del Partito Democratico, sul tema dei diritti pensionistici degli stranieri.

Nell’affrontare il tema dell’immigrazione o delle politiche ad essa collegate si fa riferimento sui giornali – ma anche nei corridoi di qualche ministero – quasi esclusivamente alla polemica con l’UE sull’operazione Mare Nostrum. Non c’è dubbio che gli aspetti umanitari devono essere la nostra prima preoccupazione di fronte alla tragedia che da almeno vent’anni insanguina il Mediterraneo e che conta, secondo le stime più ottimistiche, ormai dai 15 a 20mila morti. La collocazione mediterranea del nostro Paese deve allora riuscire a spostare positivamente a Sud lo sguardo dell’Europa. Tuttavia, non possiamo dimenticarci di ciò che viene dopo – anche cronologicamente – all’emergenza: sono le storie di vita, spesso di famiglia e di lavoro: di normalità, insomma. Considerare i fenomeni che ci coinvolgono solo dal lato dell’emergenza fa parte di un atteggiamento, per non dire di una ideologia, che ha caratterizzato molte delle politiche passate. E, cosa più importante, essendo solo una parte del problema non può portare ad una vera soluzione. Per questo, quello di riconoscere innanzitutto l’esistenza stessa di una “normalità dell’immigrazione” non può che accompagnarsi alla piena legittimità di una partecipazione “interna” alla vita del nostro Paese dei cittadini migranti, con tutto quello che comporta: tra cui la dimensione previdenziale. Si tratta di un passo non scontato da segnare.

Spesso, chi pure ragiona oltre la sola dimensione dell’emergenza, e riconosce un ruolo alla popolazione migrante nel nostro Paese, lo fa quasi esclusivamente nel senso del “contributo” che queste persone danno alla “nostra” collettività, per esempio, in termini di ricchezza. In questo senso, certamente è sempre importante sottolineare che gli immigrati contribuiscono al PIL nazionale in misura superiore al 12%. O, per citare solo i dati Inps sul lavoro dipendente, gli oltre 6 miliardi di euro di gettito contributivo portati dalla popolazione migrante che sostengono per una parte importante l’insieme delle erogazioni previdenziali.

Spesso però non si considera a sufficienza il movimento inverso: non tanto cioè quello che i migranti danno – alla manodopera, all’industria, agli enti previdenziali –  ma quello che spetta loro in cambio. Si genera così quella condizione, che è stata efficacemente descritta in un documento Idos del giugno 2013, di “internità nella subalternità”: i lavoratori stranieri – si legge – hanno potuto trovare un proprio posto solo accettando condizioni di lavoro segnate da sottoinquadramento rispetto ai titoli in loro possesso, sottoutilizzo delle capacità potenzialmente disponibili per la crescita del Paese e del lavoratore, orari e turni disagiati, retribuzioni più basse di quelle riconosciute ad italiani, concentrazione in pochi settori e in mansioni pericolose e di basso profilo. Le conseguenze sono state una concentrazione dei migranti secondo quelle che vengono chiamate “linea del colore” o “linea di genere”. E lo studio dell’Idos concludeva – questo soprattutto ci interessa – come emerga nettamente l’immagine di una immigrazione fatta in misura ridotta di persone da assistere. Fatta, invece, per la gran parte di donne e di uomini che si comportano da veri e propri operatori economici sia nel Paese d’origine – con l’invio delle rimesse – che in quello di arrivo e insediamento.  

Questo ci porta quindi al problema di “come” queste persone possano ricevere ciò che è giusto e come fare sì che le difformità o le sovrapposizioni di normativa fra il paese d’origine e quello di accoglienza non generino delle perdite o delle ingiustizie. Sarebbe infatti questo un esito paradossale ed imperdonabile, perché andrebbe a danneggiare proprio quei “progetti migratori” e di integrazione che, almeno in parte, sono riusciti o si propongono di riuscire. Un fallimento che non sarebbe solo di queste persone, ma dell’intero Paese.

Serve quindi un impegno da parte di tutti: il cambiamento culturale, però, deve essere innescato e favorito dalla messa in campo degli adeguati strumenti istituzionali. Un cambiamento che ci interessa da vicino e che dobbiamo promuovere attivamente guardando con realismo e intelligenza al futuro. Innanzitutto sul piano europeo e multilaterale: già in una comunicazione del 2006 la Commissione europea scriveva che, di fronte alla dinamica demografica negativa di un sempre più “Vecchio” continente, “nel corso dei 20 prossimi anni, l’Europa dovrà attirare manodopera esterna qualificata al fine di soddisfare i bisogni del mercato del lavoro” e ricordava che “spetta all’Unione il compito di promuovere la diversità e di lottare contro i pregiudizi per una migliore integrazione economica e sociale dei migranti”. In caso contrario, la tenuta stessa dei sistemi previdenziali europei, denunciava sempre la Commissione, sarà fortemente a rischio. Una operazione generale che non potrà costruirsi se non partiremo però dalla piena chiarezza delle situazioni individuali già in essere.

Serve allora che l’Italia giochi un ruolo forte in questo processo. Serve che faccia la sua parte innanzitutto per ciò che dipende da noi e quindi che riprenda in mano un forte impegno sul piano degli accordi bilaterali che la legano con i Paesi d’origine dei processi migratori. 

Un primo spunto alla discussione di nuove politiche su questi temi è stato offerto, in seguito a un analogo incontro tenutosi a Dakar, dal convegno promosso a Roma il 25 giugno scorso dalla associazioni Roma-Dakar, Progetto Diritti e Doxandem dal titolo “La pensione dei senegalesi?” che appunto ha posto all’attenzione del pubblico al delicata questione del godimento dei diritti previdenziali per una comunità, quella senegalese, tra le più radicate e “antiche” nel variegato panorama dell’immigrazione italiana. Fra Italia e Senegal, il quadro normativo ha certamente bisogno di essere aggiornato ed implementato, risalendo l’ultima convenzione in materia di imposte sul reddito ed evasione al 1998. E’ allora importante che si arrivi alla definizione di un nuovo accordo, che possa chiarire la posizione di persone che hanno maturato i contributi lavorando nel nostro Paese e che faccia sì che queste persone possano arrivare a totalizzare la prestazione che hanno guadagnato. Un impegno che deve coinvolgerci anche al di là del rispetto, pur fondamentale, agli accordi internazionali in materia di sicurezza sociale che l’Italia ha firmato. Un impegno che, come dicevo, deve innanzitutto rispondere ad un principio di giustizia.


* Deputata del Partito Democratico