Elogio dell’Occidente (invito alla lettura)

Nel suo ultimo e incisivo pamphlet (Elogio del’Occidente, Elèuthera 2016) Franco La Cecla conduce il lettore alla riscoperta dei fondamenti teorici (e geografici) dell’Europa, si mette alla ricerca della sua specificità, della sua forza, dei suoi valori profondi, senza negare, beninteso, i misfatti e le rovine accumulati nel globo e nei secoli. L’autore si sofferma in modo particolare sui confini ideali dell’Europa, e su quelli fisici, la Tunisia e la Georgia in modo particolare. Conduce un dialogo con entità culturali distanti, come l’India e la Cina.

L’urgenza di questo libello, lo si comprende già dalle prime righe, è data dalla presenza dei migranti, pressione perturbante, portatrice di inquietudini e instabilità. La Cecla non nega l’enormità del fenomeno, anzi parla esplicitamente di invasione, di  invasione complessa, cui assegna una portata e un significato di vaste proporzioni. Infatti le migrazioni esprimono, più ancora che un sacrosanto bisogno d sicurezza e di pace, un bisogno di Europa: “chi oggi fugge dalla Tunisia, dall’Eritrea, dal Bangladesh, dalla Guinea o dalla Siria cerca un avvenire più sicuro per sé e per i propri figli, ma rincorre anche il sogno di una vita meno costipata da definizioni costrittive di tradizioni e fede. Mai come adesso c’è una popolazione di origine islamica che non ne può più del conflitto fratricida tra sunniti e sciiti, non ne può più di doversi identificare con Daesh o contro di esso, e che sta scoprendo una dimensione laica della vita quotidiana che i propri padri e nonni avevano già conquistano in passato”.

L’Europa, come luogo dei diritti individuali, del rispetto delle libertà fondamentali, della protezione sociale, del vivere in pace con gli altri “continua a rappresentare l’eccezione che suscita il desiderio di farne parte”. Si può abdicare a questo ruolo? Si può sfuggire alla responsabilità che i profughi assegnano all’Europa? Non solo non è possibile, ma è anzi da qui, dalla capacità di risposta alla crisi dei migranti, che si gioca il futuro del continente. Occorre trasformare la sfida dei migranti in opportunità di rinnovamento, non in senso demografico, ma come occasione per la creazione di  “un nuovo patto sociale tra cittadini che ne fanno già parte e coloro che vorrebbero farne parte”.

La crisi come occasione dunque. Occasione da cogliere non predisponendo attorno all’arrivo dei migranti polizia ed esercito, bensì una apparato sempre più fitto ed efficiente di istituzioni attive e di organismo della società civile. Naturalmente, avverte La Cecla, l’integrazione non sarà un percorso facile e spontaneo, non può basarsi sull’arte dell’arrangiarsi o sul volontariato. Accogliere è una politica nel senso pieno del termine, che necessita professionalità, inventiva, impegno, risorse. “Non si possono fare inviti alla tolleranza, al non aver paura, in assenza totale di politiche che rafforzino la società e la indirizzino a un’accoglienza prudente, graduale e intelligente”.

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